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Indicazioni politiche del Congresso Nazionale

Il congresso Nazionale dello Slai Cobas, riunito a Milano il 17-18-19 Aprile 2009, approvando il documento preparatorio per i lavori congressuali e la relazione politica del coordinatore nazionale Corrado Delledonne, ha scelto con chiarezza di collocare l'organizzazione su di una linea d'azione e di intervento finalizzata ad ottenere più forza e più potere per i lavoratori nelle fabbriche, nei posti di lavoro, nella società.Più forza per ridare un'identità alla classe operaia, ai lavoratori salariati privati e pubblici, rompendone la subordinazione ...

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Congresso nazionale SLAI Cobas

RIDIAMO UNA IDENTITA' ALLA CLASSE OPERAIA Più forza e più potere ai lavoratori nelle fabbriche, nei posti di lavoro, nella società. Il 17-18-19 aprile si è svolto a Milano un importante e partecipato congresso nazionale dello Slai Cobas:i lavoratori, con l'unità dal basso, vogliono contrastare il modo di produzione capitalistico e un sistema basato sullo sfruttamento di milioni di proletari e che genera sofferenze a quasi tutta l'umanità.L'attuale crisi peggiorerà la situazione. I lavoratori devono organizzarsi perché la loro forza sta ...

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Alla luce delle decisioni del congresso del 17, 18, 19 aprile 09, che riproponiamo in evidenza, una presa di posizione arbitraria da parte del coordinatore nazionale.

Fondi Pensione vs TFR

"Report" RAI 3 del 15 novembre www.report.rai.it

(In) sicurezza

Audizione parlamentare sugli infortuni in Poste

"il manifesto" - cultura

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L'incostituzionalità annunciata PDF Stampa E-mail
Scritto da Administrator   
Lunedì 18 Agosto 2008 17:49
L'incostituzionalità annunciata
Un articolo tratto da il manifesto di Piergiovanni Alleva.
Dopo la vicenda della cosiddetta «legge antiprecari», ossia dell'art. 21 D.l. 112/2008 sui contratti a termine, nessuno può farsi illusioni sulla volontà del governo e della Confindustria, le cui vere intenzioni sono, manifestamente, quelle di privare i lavoratori delle tutele legali e contrattuali conquistate nell'arco di quasi cento anni, ed anzitutto di una decorosa stabilità del posto di lavoro, così da ridurli ad uno stuolo di precari, esposti ad ogni ricatto, come era agli albori del movimento sindacale.
Per convincersi che non si tratta di affermazioni retoriche o sbagliate basta dare un'occhiata ai provvedimenti in preparazione per l'autunno, e di cui diremo in una prossima occasione, e riflettere, ora, per un attimo, sul «colpo grosso» che governo e padronato hanno sfiorato con l'art. 21 del decreto legge sui contratti a termine, che avrebbe loro consentito, seppure per una via diversa dall'attacco frontale all'art. 18 dello Statuto dei lavoratori, di privare i lavoratori italiani, in breve progresso di tempo, di ogni tutela di stabilità del posto di lavoro.
L'occasione fa il ladro
L'emendamento introdotto in sede di conversione dell'art. 21 del D.l. 112/2008 mirava, infatti a sancire che mai un contratto a termine illegittimo avrebbe potuto trasformarsi in contratto a tempo indeterminato, perché da ora in poi la illegittimità sarebbe stata sanzionata solo con un minirisarcimento monetario (tra 2,5 e 6 mensilità di retribuzione).
Gravissima era anche l'ipocrisia della norma che si voleva introdurre, che non toccava formalmente i casi di illegittimità dei contratti a termine, ma eliminava o quasi, la sanzione: come dire che il furto resta un reato - per carità - ma che da oggi è punito solo con una multa di 50 euro! Il che farebbe diventare ladri anche quelli che in vita loro non si sono mai impossessati neanche di una mela.
I datori di lavoro, insomma, con questa novità legislativa avrebbero assunto sempre e soltanto a termine, senza guardare tanto per il sottile, perché, alla peggio, ogni contestazione si sarebbe risolta con quattro soldi, ed anzi il lavoratore non l'avrebbe neanche cominciata, per non mettersi, «in cattiva luce» senza poter sperare in risultati concreti.
Con molte peripezie, che non è qui il caso di ripercorrere, questo disastro è stato evitato, il governo Berlusconi ha patito la prima vera sconfitta, e la norma anti-precari sulla non-trasformazione dei contratti a termine illegittimi è rimasta soltanto per i giudizi in corso, che però, sono anche quelli di appello e cassazione, sicché i lavoratori che hanno già vinto in primo grado e sono stati inseriti in servizio, rischiano addirittura di essere espulsi dal posto di lavoro.
L'esempio di Poste Italiane
Tutti hanno percepito il sentore o piuttosto puzzo di incostituzionalità, per violazione del principio di eguaglianza, che emana da questa norma discriminatoria, ma per prepararsi adeguatamente a sollevare la questione di costituzionalità e sostenerla poi avanti alla Corte ci sembra opportuno ricordare che la sentenza della Corte Costituzionale del 13 ottobre 2000 n. 416 ha già affrontato una situazione molto simile.
Si trattava, allora, di una norma di legge (art. 9 comma 21 D.Lgs. n. 510/1996 che vietava la trasformazione in contratti a tempo indeterminato dei contratti a termine illegittimi stipulati dalle Poste Italiane prima del 30 giugno 1997.
La Corte Costituzionale, seppur a malincuore, salvò la costituzionalità di questa norma, ma con argomenti che, visti «a specchio», comportano, invece, la sicura incostituzionalità dell'art. 21 D.L. 112/2008.
Ritenne, allora, la Corte che l'art. 9 del D.Lgs. 510/1996 non violasse il principio di uguaglianza perché la disparità di trattamento, non era «irragionevole» in quanto si era, al tempo, ancora in una fase di passaggio, nelle Poste tra pubblico impiego ed impiego privato, ed è noto che nell'impiego pubblico i contratti a tempo illegittimi non si trasformano a tempo indeterminato, ma ciò per un motivo comprensibile e cioè per rispetto al principio costituzionale per cui, nel settore pubblico, le assunzioni devono avvenire per concorso.
Da allora, però, sono passati più di dieci anni, le Poste sono da un pezzo una società per azioni, e, dunque, non vi è più nessuna giustificazione «transitoria» alla disparità di trattamento: ergo la Corte, proprio per essere fedele a se stessa deve ora pronunziare l'incostituzionalità tanto più che «beneficiari» dell'art. 21 sono tutti i datori di lavoro privati, imprese confindustriali in testa e non solo le Poste Italiane.
Un'altra discriminante
Ancora, in quella sentenza n. 416/2000 la Corte ritenne che non fossero violate le prerogative del potere giudiziario (artt. 102, 103, 104 Cost.) perché la norma non incideva sui processi in corso, in quanto tali, ma prevedeva, per le ragioni «transitorie» sopra ricordate, una sottospecie di contratti a termine con regime analogo a quello del lavoro pubblico, pur trattandosi, ormai, di rapporto di lavoro privato.
Tutti coloro che avevano stipulato quei contratti prima del 30 giugno 1997 erano soggetti alla stessa regola sostanziale, seppur negativa, indipendentemente da quando avessero iniziato il processo.
Con l'art. 21 D.l. 112/2008 la differenza, invece, la fa proprio l'avere o no in corso un processo alla data di entrata in vigore della legge, dimodoché, in presenza di medesimi vizi del contratto a termine, alcuni processi devono concludersi in un modo ed altri in un altro, rispettivamente senza o con reintegro nel posto di lavoro.
La discriminante, dunque, è l'essersi già rivolti alla giustizia e non la situazione sostanziale riguardante il contratto di lavoro.
Anche qui, dunque, leggendo «in trasparenza» la sentenza della Corte Costituzionale n. 416/2000, ci si rende conto che la «morte», o abrogazione dell'art. 21 D.l. 112/2008 per incostituzionalità è già annunziata.
Spetta, però, a noi tutti, nei nostri diversi ruoli, far sì che ciò avvenga quanto prima.